L’assemblea dei lavoratori della regione siciliana al Don Orione di Palermo non è passata inosservata, anzi. Una presenza massiccia, ben oltre le aspettative, che oltre a cementificare ancor di più i rapporti di collaborazione tra COBAS e SADIRS, le due sigle sindacali più rappresentative all’interno dell’amministrazione siciliana, ha “ratificato” con questa forte partecipazione, il sostegno alle parti sociali organizzatrici, delegate ad intraprendere una lotta aperta e concreta contro le ingiustizie e gli abusi subiti da tutto il personale regionale ad opera di questo governo. Un passaggio, quello di giovedì, che ha letteralmente preso di sorpresa anche i vertici delle due sigle sindacali, che non si aspettavano una quantità così numerosa di lavoratori, che ha “invaso” la location di via Pacinotti, rivelatasi, per l’occasione, non idonea alla manifestazione. Lunghi discorsi, numerosi gli interventi dei presenti, e tutti comunque proiettati sull’atteggiamento tenuto dal governo regionale che continua con atti e proclami a sospingere i media a “sollevare” i toni populisti che fanno rischiare la deriva di uno scontro sociale. Nulla di nuovo comunque, ormai siamo tutti abituati agli assalti verbali dell’opinione pubblica che continua a vederci come fumo negli occhi, ma che nessuno ponga il freno a queste manovre diffamatorie sta diventando il vero problema di fondo. La mortificazione dei lavoratori, ormai sottoposti ad una pressione incessante, è scaturita inevitabilmente in questa partecipazione compatta, preludio di una lotta che è solo iniziata. L’argomento centrale, oltre il jobs act, l’articolo 18, la mobilità, la spending rewie e tanto altro ancora, è l’attesa riforma delle pensioni e la possibilità di lasciare il lavoro in deroga alla legge Fornero, così come è stato fatto dallo Stato e così e da alcune regioni italiane (Piemonte), tra l’altro, quest’ultime, passate indenni ad un’eventuale impugnativa della presidenza del Consiglio dei ministri. Un’ auspicata misura che chiuderebbe un ciclo aperto già negli anni ‘90 con i famosi e tristemente noti “contingenti”, bloccati d’impeto dal Governo di Totò Cuffaro, in aperta difficoltà d’immagine con le direttive del governo centrale. Si parla di 40 milioni di euro in tre anni, ma sono certo che saranno tanti, tanti di più. Oltre al risparmio su indennità, premialità, contributi ecc., bisogna tenere conto anche di altre voci che concorrono, come gli onerosi affitti (tantissimi immobili verranno lasciati liberi), e di conseguenza luce, telefoni, pulizie e contratti per servizi vari che tutti sommati raggiungerebbero la cifra di milioni e milioni di euro rispermiati. Una dura scelta per il Governo Crocetta, che oggi si ripropone, ma che il rigore dei bilanci viceversa gli impone. Tre, quattro mila funzionari e dirigenti in pensione non risolvono i problemi del pareggio dei conti, ma certifica quantomeno la volontà politica di cambiare strutturalmente l’organizzazione burocratica dell’amministrazione regionale e di avviare un serio progetto di risanamento contabile. Solo così, risolto con efficacia il problema del risparmio economico legato alla riduzione del numero dei lavoratori, si potrebbe poi passare a pianificare la pachidermica organizzazione dell’amministrazione regionale, con la diminuzione dei servizi, delle aree e delle unità operative, e poi accorpamenti, riduzione dei dipartimenti, concorsi e nuova disciplina per la dirigenza, di nuovi profili professionali per il personale del comparto e soprattutto della riqualificazione dei lavoratori regionali, così da affidare loro la guida e la funzionalità totale della nostra amministrazione e togliere definitivamente ogni alibi alla “sporca” politica dell’esternalizzazione.
martedì 2 dicembre 2014
domenica 23 novembre 2014
La leadership politica
La politica soffre, in questi anni bui,
dell’assenza di una figura carismatica, di un trascinatore, un leader vero, uno
di quegli uomini in grado di ottenere fiducia totale dal popolo, al di là del
colore politico. Avere una guida è utile ma soprattutto determinante. Gli anni
ottanta e novanta sono stati gli ultimi testimoni di grandi pensatori politici,
di uomini che hanno lottato per affermare i loro sogni, le loro ideologie, ciò
insomma in cui credevano. Erano uomini con la U maiuscola, perché ponevano il
rispetto delle controparti come arma fondamentale per la soluzione delle
controversie politiche. Il temperamento democratico, la disponibilità e la
capacità a negoziare, ma soprattutto la cultura di cui erano dotati, era la
base per produrre un dialogo efficace, per progettare e far sognare gli
italiani. Berlinguer, Moro, Fanfani, Almirante, Andreotti e tanti altri, in
virtù delle loro comuni esperienze di vita (dittatura, guerre, patimenti ),
pianificavano il futuro degli italiani, a cui chiedevano poco e davano di certo
molto di più. Il progresso dell’italico popolo, in termini di crescita
socio-economica è stato, sotto la loro guida, massiccio e continua, specie nel
dopoguerra, dove bisognava ricostruire l’Italia e soprattutto gli italiani.
Fatta questa premessa, possiamo dedurre facilmente la povertà dell’attuale
politica italiana, tutta presa da fattori che poco hanno a che fare con la
precedente” èlite” di uomini di governo. Poco o niente si è ereditato di quelle
esperienze. Il vuoto sembra incolmabile. Scomparsi gli “ideatori” di questo
sistema-nazione, non sono rimasti altri che “conquistatori“, uomini che tutto
cercano tranne che la crescita morale e culturale dei cittadini italiani, una
crescita questa che se ottenuta varrebbe la demolizione di una classe politica
incompetente e pregiudizievole al bene dell’Italia. Un’ingiustizia diffusa
provoca altra ingiustizia e qui chi ne gode chiaramente sono le lobby, avvocati
e giuristi in genere, che vedono crescere così in modo esponenziale la loro
clientela. La carenza di medici esperti e di sana moralità ha determinato un
diffuso malcostume che ha influenzato anche la nuova generazione di sanitari
che antepongono alla primaria funzione morale e sociale della professione, la
ricerca continua di quattrini. Potremmo elencare altri casi di “lobby”, e nel
nostro Paese sono veramente tante, tutte proiettate a bloccare ogni iniziativa
volta a sradicare la propria posizione economica e sociale a favore delle
masse. Notai, professori universitari, primari e così via, dove il ricambio
generazionale avviene solo ed esclusivamente per corrispondenza del DNA. Oggi
risulta difficile per la nuova classe politica dedicarsi anima e corpo al bene
del Paese, poiché è bene e ben più facile anteporre la “propria” ricchezza a quella
degli “altri”, così tanta ricchezza accumulata che ha creato di riflesso sacche
di povertà così diffuse oggi in Italia tale da presagire la morte di un’intera
classe sociale, la fine stessa di una comunità “di comuni mortali” di cui la
nostra terra ne è piena.
venerdì 28 febbraio 2014
Riforma delle provincie
Ma è vero che i cittadini italiani vogliono l’abolizione delle provincie, o ci hanno inculcato questo proposito, bombardandoci di messaggi falsi e tendenziosi, per distrarci da problemi più seri e incombenti? C’è la sensazione che i politici di casa, esperti e rinomati furbacchioni, stiano tentando di raggirarci ancora una volta intentando la riforma di un’istituzione, come la provincia, per mettere in campo un altro prototipo di carrozzone, magari più elefantiaco, dove sistemare i trombati di tutti i colori (in futuro ne vedremo di parecchi), di nome “consorzio”. Già la stessa parola Consorzio mette paura. L’esperienza ci insegna che i Consorzi in Sicilia hanno procurato solo danni e alimentato un forte clientelismo (ricordiamo i Consorzi di Bonifica, i Consorzi ASI, ATO, quelli Agrari e così via dicendo), dove il numero dei dipendenti negli anni è cresciuto in modo esponenziale, ufficialmente per interessi di territorio, ma di fatto hanno dimostrato che le attenzioni erano altre. La paura è che questi Consorzi di comuni, che “probabilmente” nasceranno, possano diventare per la politica un nuovo centro di spesa dissennata e un sistema di potere disappropriato al territorio, e che negli anni a venire ci possano far pentire di aver soppresso le vecchie ma ormai rodate e solide provincie regionali. Alla luce delle vicissitudini non rosee del cammino del disegno di legge in discussione ormai da tempo all’ARS, ci si aspetta una riforma che più che di una necessità di cambiamento, pare, viceversa, una esigenza, preda di opportunismo politico. Gli schieramenti politici sembrano sornioni alla riforma Crocetta. Montagne di emendamenti, rinvii, bocciature, votazioni segrete e trasversali non sfuggono agli osservatori più oculati che giudicano questi “giochetti” come un forte segnale di rifiuto del cambiamento. E’ evidente che approvare una riforma con la mente rivolta alle possibilità di sfruttamento del nuovo soggetto politico e non per un risparmio economico o per snellire la burocrazia imballata, con urgenza e senza un suffragio unanime, così come si sta provando a fare all’ARS, è un rischio che oggi la Sicilia non può permettersi. Chiediamo ormai da tanti anni una riforma delle istituzioni, e le provincie fanno parte del mazzo, ma nonostante le pressioni dell’opinione pubblica non si riesce a venirne a capo, evidentemente per i forti interessi politici e partitici, che vedono in qualsiasi occasione di cambiamento delle opportunità da non lasciarsi sfuggire senza introdurre a monte privilegi per la casta.
mercoledì 11 dicembre 2013
RIORGANIZzIAMOCI !
Per certi interventi bisogna aspettare il clima favorevole, e questo è uno di quelli. Il cittadino comune, tempestato ormai da un’ondata di populismo senza precedenti, per di più disorientato e sospinto da un certo tipo di informazione che ha cavalcato il momento, ne ha preso atto con una certa soddisfazione, perché risulta facile addebitare tutti i mali della Stato a chi ha la sola colpa di fare il proprio dovere. Tutto ciò si nasconde sotto il nome di risparmio e di economia, spending rewie , per usare un termine ormai comune.
Non si è assistiti ad un solo dibattito su questa mossa del governo, e non si capisce il perché. Nessuna voce si è alzata a difesa della classe lavoratrice, o quantomeno per giustificare tale intervento che purtroppo non rimane singolare. Dopo anni di riverenza della politica verso il lavoro pubblico, ritenuto allora giustamente funzionale alla capillare macchina statale, oggi si assiste, increduli, alla determinazione con cui si tenta di distruggere un intero sistema che ha tenuto sempre e comunque, al di là dell’incapacità della politica di determinarne gli indirizzi e le strategie.
In sfregio ad ogni diritto, ci si limita ad approvare un articolo se non addirittura un comma che nella sua pochezza di parole di fatto blocca il rinnovo dei contratti economici e giuridici di milioni di lavoratori, esibendo attenuanti che delegittimano il lavoro di tanti dipendenti.
Di contro, però, nessuno può entrare tra le mura dei Parlamenti italiani di ogni ordine e grado, poiché ognuno di loro difende i propri privilegi con le unghia e con i denti. Pertanto si assiste ad un piratesco scenario, dove i politici continuano a gravare pesantemente sul bilancio del Paese senza dare nulla in cambio se non tasse e scandali, mentre gli italiani devoti alla democrazia e al perbenismo tirano la cinghia per arrivare a fine mese senza poter neppure influenzare le scelte di un governo che tenta di dipingere di bianco un muro già colorato di nero.
lunedì 9 dicembre 2013
Sud e Stato di diritto
Bene dice il Ministro degli esteri Emma Bonino a proposito dello Stato di diritto; il problema di questo Paese, dice infatti la leader radicale è che le “regole non vengono rispettate”, e che uno sviluppo concreto e sostenibile è pura utopia senza giustizia e trasparenza., pilastri di una sana società.
Una grande incertezza con cui ormai, specie al sud, si è costretti a convivere, tra rinunce e sacrifici, delinquenza e parzialità.
Nessuno conosce più dove comincia il diritto e dove finisce il dovere, divisi da una sottile membrana, ponte della democrazia, che divide due essenze dello stesso valore. E così ci si sente in diritto di occupare una casa altrui, tra l’indifferenza di molti e la rabbia di pochi, per il sol fatto di essere disoccupati, o perché si hanno tanti figli, o ancora per avere un invalido in famiglia (chi nel sud della penisola non ha un invalido in casa!), e per questo quindi ritenersi nel pieno “diritto” di occupare la “casa di altri”, e di non essere assoggettati a nessun tipo di reato (occupazione abusiva o addirittura di violazione di domicilio, dove è previsto anche il carcere).
Si assiste così a una pratica ormai consolidata, opera di personaggi arroganti e malandrini che conosciute le abitudini delle famiglie prese di mira, si intrufolano a loro insaputa nell’abitazione, occupano e distruggono.
Nessuno interviene, le forze dell’ordine hanno le armi spuntate e nessuno prende le difese di chi la casa l’ha comprata con sacrifici o di chi l’ha avuta assegnata dal Comune dopo anni di attesa, lunghe graduatorie e difficoltà di ogni genere.
Qui il “diritto” di non vedere violata la propria abitazione, la propria privacy, la propria vita , per intenderci, va a farsi benedire, mentre compare per magia un nuovo diritto : quello della “pretesa con la forza”. Quel dovere legittimo ma soprattutto morale di non limitare la libertà degli altri, di non violare gli spazi degli altri, e soprattutto di rispettare chi ha avuto invece rispetto delle regole viene cancellato con il sopruso.
Il lavoro è un’altra storia. Qui la crisi congiunturale, che attanaglia l’Italia, ma soprattutto il sud, dove la disoccupazione è sempre stata un cancro, ha fatto vittime a 360 gradi. Aziende chiuse, cantieri fermi e commercianti sull’orlo del baratro hanno dato il colpo di grazia al già precario sistema “tutto meridionale” di arrangiarsi.
Ma le regole sono regole. La politica deve contribuire a sostenerle, e non a raggirarle creando “carrozzoni” a carico del sistema pubblico che oggi è al collasso. Un impianto insostenibile, ormai in coma profondo, che minaccia la fine della democrazia, l’anarchia e infine la fine dello “ Stato di diritto”.
Non si può più sostenere il lavoro precario, aborto e fallimento della politica, scellerato sistema con cui raggirare le regole per costruirsi una nicchia , uno spazio politico dorato e possibilmente di lunga durata, che ha causato la morte della società civile, quella per intenderci intesa come “casa comune”.
lunedì 4 novembre 2013
Il blocco dei contratti e le notizie “colorate”.
Il blocco dei contratti di lavoro nel pubblico impiego, prorogato al 31 dicembre 2014, ha messo in ginocchio l’intera categoria di lavoratori, trasformando di fatto gli stipendi a semplici sussidi. L’assimilazione tra dipendenti pubblici e “nuovi poveri” oggi è fortemente realistica. In attesa, dunque, che la politica si risvegli, i sindacati provano ad utilizzare quei pochi strumenti di cui dispongono per ridurre o quantomeno per alleggerire le difficoltà dei propri iscritti. Nell’amministrazione regionale siciliana, nella fattispecie, le parti sociali spingono per anticipare le risorse del FAMP (fondo destinato ad attività complementari), così da consentire alle famiglie dei dipendenti di prendere un po’ di ossigeno e alleggerire la pressione economica in attesa di tempi migliori. La proposta arriva dal SADIRS, sindacato maggioritario tra i dipendenti della Regione Siciliana, che riprende un vecchio progetto suggerito e voluto fortemente dalla base, che prevede di “mensilizzare” parte di questo Fondo, e ridurre così l’attenzione dei vari ”predatori“ sempre pronti ad attingere a piene mani sulla “dote” dei lavoratori, accantonato e fortemente custodito negli anni. Ma oggi, inspiegabilmente, è avvenuta una spaccatura, forte e dolorosa, perché la dirigenza della CISL e dell’UGL siciliana non appoggia tale “richiesta”, accrescendo i tempi di approvazione di una proposta che la maggior parte dei lavoratori apprezza e aspetta da tempo. Il Commissario dell’ARAN, intanto, dopo nove mesi di fermo “biologico”, riesce a mettere una pezza e approvare l’erogazione del FAMP . Di mensilizzazione se ne riparlerà in futuro . La necessità di un confronto rimane indispensabile, ne siamo convinti, ma è altrettanto importante che si comprenda anche il momento particolarmente delicato che attraversano i lavoratori, che non solo subiscono passivamente il blocco del contratto di lavoro (2008), ma sono costretti a guardare, ormai con costanza e impotenza, un ingiustificato disinteresse del Governo che vede i regionali come una palla al piede anziché un prezioso strumento di collaborazione . Intanto i media (giornale di sicilia in primis), non perdono l’occasione per attaccare l’accordo, spacciandolo per privilegio. L’opinione pubblica grida allo scandalo prendendo per buona la notizia e scatena una guerra contro i dipendenti regionali “rei”, forse, di avere un posto di lavoro. L’obiettivo di sicuro è stato raggiunto, le copie di giornali vendute sono cresciute, ma resta il danno causato alla parte più debole dell’anello: i lavoratori. Infatti, preso atto della “scandalosa” notizia, il Presidente Crocetta e la sua Giunta, rimandano la ratifica dell’accordo e di conseguenza vengono allungati i tempi per l’erogazione del FAMP, che da decenni è parte integrante del salario dei dipendenti regionali.
venerdì 18 ottobre 2013
IL BLOCCO DEI CONTRATTI E L'ALCHIMIA DEI SINDACATI.
Siamo in Sicilia, e qui si sa , le cose vanno lentamente se non ci sono le giuste “pressioni”, o viceversa troppo velocemente se c’è la vera intenzione di farle andare avanti. Il blocco dei contratti di lavoro nel pubblico impiego, prorogato al 31 dicembre 2014, ha messo in ginocchio l’intera categoria di lavoratori, trasformando di fatto gli stipendi a semplici sussidi. L’assimilazione tra dipendenti pubblici e “nuovi poveri” è realistico. In attesa che la politica si svegli, i sindacati provano ad utilizzare quei pochi strumenti di cui dispongono per ridurre o quantomeno per alleggerire le difficoltà dei propri iscritti. Nell’amministrazione regionale siciliana, nella fattispecie, le parti sociali spingono per anticipare le risorse del FAMP (fondo destinato a compensi diversi), per consentire così alle famiglie dei dipendenti di prendere un po’ di ossigeno e alleggerire la pressione economica in attesa di tempi migliori. La proposta arriva dal SADIRS, sindacato maggioritario tra i dipendenti della Regione Siciliana, che riprende un vecchio progetto suggerito e voluto fortemente dalla base, che prevede di “mensilizzare” parte di questo Fondo, e ridurre l’attenzione dei vari ”predatori“ sempre pronti ad attingere a piene mani sul “patrimonio “ dei lavoratori, accantonato e fortemente custodito nel tempo. Ma oggi, inspiegabilmente, è avvenuta una spaccatura, forte e dolorosa, perché la dirigenza della CISL e dell’UGL siciliana si schiera apertamente con l’ARAN, opponendosi alla “mensilizzazione” del Fondo, frantumando così i rapporti tra i sindacati stessi, ma soprattutto accrescendo i tempi di approvazione di una proposta che la maggior parte dei lavoratori apprezza e aspetta da tempo. Il Commissario dell’ARAN, intanto, dopo nove mesi di fermo “biologico”, riesce a mettere una pezza e approvare l’erogazione del FAMP . Di mensilizzazione se ne riparlerà in futuro . La necessità di un confronto rimane indispensabile, ne siamo convinti, ma è altrettanto importante che si comprenda anche il momento particolarmente delicato che attraversano i lavoratori, che non solo subiscono passivamente il blocco del contratto di lavoro (2009), ma sono costretti a guardare, ormai con costanza e impotenza, un ingiustificato disinteresse del Governo che vede i regionali come una palla al piede anziché un prezioso strumento da tutelare . Adesso la parola al Presidente Crocetta e alla sua Giunta per l’approvazione dell’accordo e poi il pallino nuovamente al tavolo sindacati – ARAN Sicilia per la ratifica finale.
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