Eravamo in duemila circa, sotto quegli ombrelli multicolori che ne nascondevano le facce scure segnate dal tempo e dalla rabbia. Un nutrito gruppo di uomini e donne uniti da un passato comune e da un futuro ignobilmente messo in discussione nottetempo dalla politica nostrana assoggettata a quella romana. Tra abbracci e strette di mano, slogan e bandiere, abbiamo tenuto il passo, la pioggia questa volta non l’ha fatta da padrona. Non ci si è lasciati intimorire, anzi la collera è stata da stimolo a proseguire, ad ingaggiare una lotta impari sotto le mura domestiche. La ragione questa volta non esiste, esiste invece l’arroganza di chi eletto dal popolo vuole sottomettere il popolo, quel popolo che non viene ascoltato quando irriverente al potere. Questo è lo scotto che si paga qui in Sicilia per sopravvivere. O con noi o contro di noi. La colpa dei dipendenti regionali è solo quella di avere un lavoro, un lavoro fisso in terra di miseria, una vera sfortuna questa. Si vagheggia di stipendi d’oro, di favole inventate da chi vuole la guerra sociale. Una scervellotica teoria diffamatoria che affama ancor di più questa nostra società, così fortemente incline a recepire leggende che non hanno né testa né piedi. La malvagità di giornalisti (molto pochi a dire il vero ma determinanti) che snaturano i fatti, che non si limitano a raccontarli così come sono ma che li colorano con impliciti messaggi di odio e di invidia, che vogliono rendersi protagonisti di una sceneggiatura che viceversa li ignora e forse li detesta pure. Questi (pochi) che svolgono un’attività di lucro sulle sventure altrui, che manifestano apertamente ciò che non condividono, offuscando con parole grandi come macigni, l’opinione dei lettori, e ancora questi che non danno spazio a nessuna replica se non pilotata, e che sparano pregiudizi insensati. E poi il silenzio dei politici, zitti e nascosti dietro un paravento che comunque non li salverà dal giudizio degli elettori, rotto soltanto dall’insensato e spregiudicato atteggiamento del governo, determinato a dare l’estrema unzione a lavoratori ormai ultra sessantenni, con le armi spuntate (ma mai rassegnati), che pensavano ormai conclusa questa prima fase dello loro vita.
giovedì 19 marzo 2015
lunedì 16 marzo 2015
Raccogliere questa opportunità
La manifestazione di martedì 17 marzo e lo sciopero di venerdì 20 marzo, indetto dalle organizzazioni sindacali, rimane l’ultimo treno, l’ultima chance per scongiurare un intervento legislativo che provocherà, se non bloccato in tempo, un danno sociale inestimabile, nonché una frattura insanabile fra tutti i dipendenti della Regione Siciliana e il Governo regionale guidato da Rosario Crocetta, che con un’azione unica nel suo genere, da regime assoluto, a fianco del suo assessore all’economia Baccei, intende recepire il “peggio” della legge statale relativa al sistema pensionistico e applicarlo ai dipendenti regionali. Una vera e propria estorsione. E’ importante ricordare innanzitutto, che la norma in questione, che si vuol far passare per buona, come “determinante” per il futuro della Sicilia, compromette unicamente il futuro di migliaia di pensionati, senza nessun rilevante risparmio per le casse della regione. Una norma di facciata, che di fatto modifica unilateralmente, e ancora una volta, il sistema pensionistico di circa diciottomila lavoratori, compresi nella fascia d’età tra i cinquanta e i sessantacinque anni, che dall’oggi al domani si vedranno decurtare il proprio reddito mensile di circa la metà. Una esaltazione della follia bella e buona quella del governo Crocetta, che speriamo in aula venga contenuta dal buonsenso dei deputati regionali che “devono” capire che a sessant’anni non si può ricominciare, non si può accendere un’assicurazione previdenziale integrativa, non si può sperare di esercitare un’altra attività, un’altra professione, che si è fuori da ogni gioco e da ogni logica lavorativa, nonchè in balìa della Provvidenza che dovrà esercitare una continua e consapevole conservazione della tua buona salute. Non si può mettere a repentaglio la sopravvivenza stessa di un pensionato dopo trentacinque-quarant’anni di lavoro. Detto questo, il governo Crocetta-Baccei con una insolita dimostrazione di forza, ti mette con le spalle al muro, e smuove, con i complici della carta stampata, l’opinione pubblica, che già vede i lavoratori regionali ricchi e nulla facenti, adducendo scenari catastrofici e da terzo mondo se non si applica, e alla svelta, il sistema previdenziale applicato dallo Stato ai propri lavoratori. Senza guardare oltre il proprio naso, senza neppure chiedersi se è sbagliato il nostro sistema pensionistico o se è stato troppo azzardato viceversa quello messo in atto per i lavoratori statali, senza neppure verificare quali sono i veri sprechi e porre i rimedi a questa catastrofe annunciata, il Presidente Crocetta, e i suo Governo, decide di andare avanti per la sua strada, pur di non dimettersi e sciogliere l’assemblea di Palazzo dei Normanni, che di fatto da oltre due anni sembra un corpo estraneo e assente, addomesticato alla volontà del presidente siciliano.
martedì 3 marzo 2015
Sistema pensionistico. Roma decide e Crocetta ubbidisce.
Tra rinvii , ripensamenti, modifiche e sciocche interpretazioni, la riforma del sistema pensionistico in Sicilia non vuole decollare. L’opprimente intervento dello stato centrale, che attraverso il proprio “emissario” vuole imporre tagli a qualunque costo, ridicolizza l’operato della giunta di governo regionale che non riesce a collocare un suo progetto in sinergia con le parti sindacali. La volontà dell’amministrazione regionale “pare” non voglia danneggiare i propri dipendenti, specialmente coloro che hanno già sulle spalle trentacinque e più anni di contribuzione, lavoratori precoci, che già disponevano di una posizione previdenziale in età oggi quasi impossibile da imitare, ma l’imposizione romana non lascia molti spazi alla vertenza. Sarebbe molto più semplice lasciare andare in quiescenza tutti coloro che hanno raggiunto i requisiti pre-Fornero senza penalizzarli (anche perché, vogliamo ricordarlo, i dipendenti della regione siciliana non hanno goduto dei rinnovi contrattuali economici e giuridici dovuti dal 2007 a tutt’oggi), e quindi riformare il sistema per i nuovi assunti. Più che attuale il detto “non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”; chi ci governa non si rende conto che poche persone “non hanno il diritto” di cambiare le sorti future di migliaia di lavoratori senza nessun accordo, e che quest’ultimi non possono sempre subire passivamente norme che modificano continuamente e in corso d’opera il loro iniziale contratto d’ingaggio. E’ determinante e non più rinviabile una riflessione sui criteri e sul sistema di gestione del personale regionale, che antepongano sì i problemi di equilibrio economico, ma che nel contempo non ledano così frequentemente e in modo penalizzante i diritti dei lavoratori.
mercoledì 25 febbraio 2015
LA FINE DI UN SOGNO DURATO SETTANT’ANNI
Forse non tutti ancora lo sanno, ma la Sicilia ha perso la sua autonomia, la sua “specialità”, quella di cui tanto si vantava. L’ha persa in un modo incredibilmente intrecciato. La sceneggiatura messa in atto dal Presidente Crocetta in questo scorcio di legislatura, tra proclami e offese, tra incauti attacchi alla burocrazia e alle forze sociali, tra sprechi e progetti di governo incomprensibili, ha determinato un eccesso di visibilità negativa alla nostra terra, ormai alla mercé di avvoltoi politici e di tutti i media locali e nazionali. Si è giunti così a un punto di non ritorno. Accertata ormai la fine della sua attività politica in Sicilia, Crocetta tirerà a campare, probabilmente, sino alla fine della legislatura, sempreché il buon Faraone, leader regionale del PD, braccio destro di Renzi in Sicilia e quindi inevitabile prossimo candidato alla presidenza del governo regionale, non dirà basta a questa assurda lotta al massacro. Le regole le fa chi governa, questa è ormai storia più che attuale, e il buon Renzi l’ha capito fin da subito. Crocetta sta uccidendo la Sicilia e il PD e questo non può passare inosservato, bisogna al più presto prendere provvedimenti. Così, con la scadenza ormai prossima del bilancio provvisorio, si prova a rendere impossibile una nuova finanziaria, carica di debiti, e mettere il Presidente di Gela di fronte a un evidente fallimento e ai margini politici siciliani. Quale occasione migliore si presenta al Presidente del Consiglio per impadronirsi della Sicilia, sempre territorio di caccia della DC prima e del centrodestra dopo, per dare una spallata al passato disastroso di una terra che cerca il riscatto ma che trova puntualmente solo poteri forti intenti a contendersi un bacino di voti determinanti a gestire unilateralmente le sorti di questo Paese. Le maglie sono ormai troppo strette. La sfiducia del parlamento siciliano al Presidente Crocetta è perlopiù impossibile, considerato che gran parte degli attuali “consiglieri” non verrebbero più rieletti, mentre le dimissioni volontarie “dell’uomo venuto da Gela” sono una favola raccontata da chi forse non lo conosce abbastanza bene, l’unica strada percorribile, pertanto, resta quella del commissariamento, termine laconico per definire la fine di una autonomia morta per mano degli stessi siciliani.
lunedì 15 dicembre 2014
Un’analisi quasi completa
Negli ultimi anni, nella politica di casa nostra, si stanno verificando dei fatti estremamente impietosi, e quantomeno impensabili qualche decennio addietro. Legislature interrotte precocemente, assessori letteralmente silurati, dirigenti generali precari privati di ogni tutela, personale allo sbando. Un quadro disarmante che riflette in sostanza la totale assenza di pianificazione dei vertici della politica siciliana, che vede i partiti intontiti, ma ancora legati a filo doppio al consenso, sì , ma non al consenso popolare, bensì a quello individuale. E’ rimasto infatti intatto il sistema politico - clientelare che tanto danno ha fatto alla nostra terra, e pare che ci siano pochi margini per legare al passato tale concezione di fare politica se non assicurarla alla giustizia divina. Una morsa troppo stretta per il benessere economico e sociale della Sicilia, che ha dovuto subire nelle ultime due legislature mortificazioni difficili da poter dimenticare. Due Governatori eletti a furor di popolo costretti ad abdicare precocemente, entrambi proiettati in un futuro buio e tenebroso, e un terzo eletto da una sparuta platea di cittadini kamikaze, sinistrorsi a “qualunque costo”, che naviga a vista sostenuto da una scarna e polemica maggioranza. Non è cambiato nulla. E’ stato costruito un edificio di “chiacchiere”, un magazzino di “idee” ed un brillante teatro dell’ ”immaginario” pirandelliano. Il vuoto a perdere. Due anni di arrancamento generale, dove i più deboli come al solito piangono mentre i più potenti, anch’essi attirati dal tifone e debilitati, non ridono affatto, dove la disoccupazione è cresciuta oltre ogni più naturale limite immaginabile e i privilegi e le conseguenti e generose elargizioni continuano a crescere. Nessuno paga, ma nessuno di contro chiede i danni per gli errori commessi, anzi, gli stessi autori, riciclati, ricoprono posizioni pregiate, sotto la bandiera della convenienza, nella giungla dei sottogoverni . Nonostante tutto, però, dobbiamo ritenerci fortunati , ma non per quello che in questo momento stiamo pensando, ma bensì perché alle prossime elezioni i “consiglieri” regionali diminuiranno di numero, venti in meno (si poteva e si doveva fare di più), e, di conseguenza, si confida, che ridotti i padrini diminuiranno anche i figliocci e le loro turgide prebende.
martedì 2 dicembre 2014
Assemblea al Don Orione: Il sostegno dei lavoratori ai sindacati.
L’assemblea dei lavoratori della regione siciliana al Don Orione di Palermo non è passata inosservata, anzi. Una presenza massiccia, ben oltre le aspettative, che oltre a cementificare ancor di più i rapporti di collaborazione tra COBAS e SADIRS, le due sigle sindacali più rappresentative all’interno dell’amministrazione siciliana, ha “ratificato” con questa forte partecipazione, il sostegno alle parti sociali organizzatrici, delegate ad intraprendere una lotta aperta e concreta contro le ingiustizie e gli abusi subiti da tutto il personale regionale ad opera di questo governo. Un passaggio, quello di giovedì, che ha letteralmente preso di sorpresa anche i vertici delle due sigle sindacali, che non si aspettavano una quantità così numerosa di lavoratori, che ha “invaso” la location di via Pacinotti, rivelatasi, per l’occasione, non idonea alla manifestazione. Lunghi discorsi, numerosi gli interventi dei presenti, e tutti comunque proiettati sull’atteggiamento tenuto dal governo regionale che continua con atti e proclami a sospingere i media a “sollevare” i toni populisti che fanno rischiare la deriva di uno scontro sociale. Nulla di nuovo comunque, ormai siamo tutti abituati agli assalti verbali dell’opinione pubblica che continua a vederci come fumo negli occhi, ma che nessuno ponga il freno a queste manovre diffamatorie sta diventando il vero problema di fondo. La mortificazione dei lavoratori, ormai sottoposti ad una pressione incessante, è scaturita inevitabilmente in questa partecipazione compatta, preludio di una lotta che è solo iniziata. L’argomento centrale, oltre il jobs act, l’articolo 18, la mobilità, la spending rewie e tanto altro ancora, è l’attesa riforma delle pensioni e la possibilità di lasciare il lavoro in deroga alla legge Fornero, così come è stato fatto dallo Stato e così e da alcune regioni italiane (Piemonte), tra l’altro, quest’ultime, passate indenni ad un’eventuale impugnativa della presidenza del Consiglio dei ministri. Un’ auspicata misura che chiuderebbe un ciclo aperto già negli anni ‘90 con i famosi e tristemente noti “contingenti”, bloccati d’impeto dal Governo di Totò Cuffaro, in aperta difficoltà d’immagine con le direttive del governo centrale. Si parla di 40 milioni di euro in tre anni, ma sono certo che saranno tanti, tanti di più. Oltre al risparmio su indennità, premialità, contributi ecc., bisogna tenere conto anche di altre voci che concorrono, come gli onerosi affitti (tantissimi immobili verranno lasciati liberi), e di conseguenza luce, telefoni, pulizie e contratti per servizi vari che tutti sommati raggiungerebbero la cifra di milioni e milioni di euro rispermiati. Una dura scelta per il Governo Crocetta, che oggi si ripropone, ma che il rigore dei bilanci viceversa gli impone. Tre, quattro mila funzionari e dirigenti in pensione non risolvono i problemi del pareggio dei conti, ma certifica quantomeno la volontà politica di cambiare strutturalmente l’organizzazione burocratica dell’amministrazione regionale e di avviare un serio progetto di risanamento contabile. Solo così, risolto con efficacia il problema del risparmio economico legato alla riduzione del numero dei lavoratori, si potrebbe poi passare a pianificare la pachidermica organizzazione dell’amministrazione regionale, con la diminuzione dei servizi, delle aree e delle unità operative, e poi accorpamenti, riduzione dei dipartimenti, concorsi e nuova disciplina per la dirigenza, di nuovi profili professionali per il personale del comparto e soprattutto della riqualificazione dei lavoratori regionali, così da affidare loro la guida e la funzionalità totale della nostra amministrazione e togliere definitivamente ogni alibi alla “sporca” politica dell’esternalizzazione.
domenica 23 novembre 2014
La leadership politica
La politica soffre, in questi anni bui,
dell’assenza di una figura carismatica, di un trascinatore, un leader vero, uno
di quegli uomini in grado di ottenere fiducia totale dal popolo, al di là del
colore politico. Avere una guida è utile ma soprattutto determinante. Gli anni
ottanta e novanta sono stati gli ultimi testimoni di grandi pensatori politici,
di uomini che hanno lottato per affermare i loro sogni, le loro ideologie, ciò
insomma in cui credevano. Erano uomini con la U maiuscola, perché ponevano il
rispetto delle controparti come arma fondamentale per la soluzione delle
controversie politiche. Il temperamento democratico, la disponibilità e la
capacità a negoziare, ma soprattutto la cultura di cui erano dotati, era la
base per produrre un dialogo efficace, per progettare e far sognare gli
italiani. Berlinguer, Moro, Fanfani, Almirante, Andreotti e tanti altri, in
virtù delle loro comuni esperienze di vita (dittatura, guerre, patimenti ),
pianificavano il futuro degli italiani, a cui chiedevano poco e davano di certo
molto di più. Il progresso dell’italico popolo, in termini di crescita
socio-economica è stato, sotto la loro guida, massiccio e continua, specie nel
dopoguerra, dove bisognava ricostruire l’Italia e soprattutto gli italiani.
Fatta questa premessa, possiamo dedurre facilmente la povertà dell’attuale
politica italiana, tutta presa da fattori che poco hanno a che fare con la
precedente” èlite” di uomini di governo. Poco o niente si è ereditato di quelle
esperienze. Il vuoto sembra incolmabile. Scomparsi gli “ideatori” di questo
sistema-nazione, non sono rimasti altri che “conquistatori“, uomini che tutto
cercano tranne che la crescita morale e culturale dei cittadini italiani, una
crescita questa che se ottenuta varrebbe la demolizione di una classe politica
incompetente e pregiudizievole al bene dell’Italia. Un’ingiustizia diffusa
provoca altra ingiustizia e qui chi ne gode chiaramente sono le lobby, avvocati
e giuristi in genere, che vedono crescere così in modo esponenziale la loro
clientela. La carenza di medici esperti e di sana moralità ha determinato un
diffuso malcostume che ha influenzato anche la nuova generazione di sanitari
che antepongono alla primaria funzione morale e sociale della professione, la
ricerca continua di quattrini. Potremmo elencare altri casi di “lobby”, e nel
nostro Paese sono veramente tante, tutte proiettate a bloccare ogni iniziativa
volta a sradicare la propria posizione economica e sociale a favore delle
masse. Notai, professori universitari, primari e così via, dove il ricambio
generazionale avviene solo ed esclusivamente per corrispondenza del DNA. Oggi
risulta difficile per la nuova classe politica dedicarsi anima e corpo al bene
del Paese, poiché è bene e ben più facile anteporre la “propria” ricchezza a quella
degli “altri”, così tanta ricchezza accumulata che ha creato di riflesso sacche
di povertà così diffuse oggi in Italia tale da presagire la morte di un’intera
classe sociale, la fine stessa di una comunità “di comuni mortali” di cui la
nostra terra ne è piena.
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